COSE DOLCI

Sukai e boton da prèive: le caramelline che non mancavano mai nelle borsette delle nostre nonne

I piccoli confetti neri torinesi a base di liquirizia, prodotti dalla Leone fin da metà Ottocento, sono ora diffusi e apprezzati ovunque in Italia e nel mondo

C’erano una volta le vesti talari: in testa, la berretta da prete con il fiocco nero, e addosso la tonaca in cotone o tela di lana vaticana nera (a seconda delle stagioni) che i sacerdoti vestivano ordinariamente: era la loro divisa, il loro segno distintivo di uomini di chiesa. Unico accessorio bianco, era il colletto rigido: un collarino di tela inamidata, o addirittura di plastica, da sovrapporre al collo alla coreana della sottostante camicia nera. Quel colletto, alla lunga, doveva essere davvero fastidioso, tant’è che un gesto tipico dei preti ‒ tra Ottocento e Novecento ‒ era proprio quello di passarsi ogni tanto un dito tra il collo e il colletto, quasi a concedersi un attimo di sollievo: quel collare, duro com’era, a lungo andare, premeva sulla pelle del collo, e finiva spesso per irritarla fortemente.

La tunica talare è oggi sostituita dal clergyman (uno spezzato composto da giacca e pantaloni, molto simile ad un normale abito laico), ma molti sacerdoti nostalgici la indossano ancora. La veste talare aveva almeno un paio di particolarità: tasche aperte, per consentire di accedere a quelle interne dei pantaloni, e poi – soprattutto – la chiusura, sul davanti, caratterizzata da decine di bottoni da infilarsi in una catena di altrettante asole, spesso protette da un cannoncino di tessuto.

La pubblicità dei sénateur su un’antica cartolina postale

Quanto tempo ci mettesse un prete ad abbottonarsi o a sbottonarsi una veste talare non ci è dato sapere. Probabilmente il tempo di recitare un Pater-Ave-Gloria. Sempre che abbinasse fin da subito il primo bottone all’asola giusta, onde evitare di ritrovarsi con l’abbottonatura sfalsata e dover ripetere ex novo il rituale della vestizione.

Ciò che oggi non tutti sanno (le generazioni che ci hanno preceduto, invece, lo sapevano benissimo), è che esistono ancora delle caramelline, tipicamente piemontesi, ispirate proprio ai bottoncini neri delle tuniche da prete. Sono i boton da prèive, i bottoni da prete, di cui le nostre nonne tenevano perennemente in borsetta una scatolina con una copiosa scorta, per profumarsi l’alito, o semplicemente per goderne il delicato sapore caratteristico: un mix di liquirizia e di violetta. I boton da prèive (detti anche sénateur, o senatori: più avanti spiegheremo perché), non sono scomparsi: nelle più tradizionali confetterie sono ancora esposti nei classici barattoli di vetro (le burnìe, in piemontese) con tanto di coperchio, come se si trattasse di un tesoro, un tesoro di preziosi gioielli neri. Chi li ama, oggi come ieri, continua a cercarli nei più forniti e storici locali della città. Vengono venduti a peso, ed attinti dal barattolo in cui sono custoditi con l’aiuto di classiche palette di alluminio: poi vengono fatti scivolare uno dopo l’altro dalla paletta direttamente nei sacchettini di carta, fino a raggiungere il peso desiderato: un etto, un etto e mezzo, due etti, ecc.

I boton da prèive o sénateur della Leone

Altra caramella gommosa dal passato glorioso è il sukai: come il boton da prèive o sénateur, è un tradizionale confetto alla liquirizia, ricoperto da un velo di polvere di zucchero, dalla consistenza morbida e dal tipico gusto speziato, dovuto all’amalgama dei suoi ingredienti e degli aromi impiegati (anice e menta): zucchero di canna, addensanti di gomma arabica, sciroppo di glucosio, estratto di liquirizia; tra i  coloranti naturali, talvolta può comparire il succo di bacche di sambuco.

La fama dei sénateur e dei sukai, ma anche delle more (altro confetto gommoso tradizionale alla liquirizia, a forma di mora, cui si è ispirata l’italo-olandese Perfetti Van Melle per produrre le “morositas”), fama che già era alle stelle tra Ottocento e Novecento, in realtà non si è mai affievolita, e vanta ancora frotte di fans che per nulla sarebbero disposti a rinunciarvi. Ma la prima azienda a lanciare questi prodotti è stata forse la Pastiglie Leone, lo storico marchio torinese sorto nel 1857, da qualche tempo trasferito a Collegno (Via Italia 46, dove esiste pure un fornitissimo spaccio aziendale). Non fu un caso che, proprio a Torino, si era diffusa l’espressione “Marca Leon” (Marca Leone) per indicare un prodotto d’incomparabile qualità.

I sukai prodotti dalla TorinDolce

Questi gli ingredienti dei bottoni da prete della Leone, aromatizzati alla violetta: gomma arabica Kordofan, zucchero, sciroppo di glucosio, succo di liquirizia, aromi; colorante naturale: carbone vegetale; agente di rivestimento: cera d’api.   

I boton da prèive erano anche chiamati dai torinesi più anziani “sénateur” (o anche “sanateur”: termine che rappresenta una sorta di impropria piemontesizzazione del termine francese): pare che ne andasse matto il conte di Cavour, che ne faceva frequente uso per rischiararsi la gola prima e dopo gli interventi in Parlamento, e ne diffuse l’uso a macchia d’olio tra tutti i senatori. Ecco perché i boton da prèive vennero anche chiamati “sénateur”.

Tra gli altri produttori piemontesi di sénateur, more, sukai, e in genere di caramelle o pastiglie gommose, ricordiamo (ma l’elenco è assolutamente incompleto) la Italgum Caramelle (di Ozzano e Villanova Monferrato), la Fratelli Minazzi di Casale Monferrato, la TorinDolce e la Piemont di Via Bologna 220, a Torino,e la Dolcezze Albino, di Via Gran Paradiso 17, sempre a Torino.

Ottimi bottoni da prete, sukai e altre caramelle gommose sono prodotti anche fuori Piemonte. Ci limitiamo a citare solo un paio di aziende del settore: la Rossini’s Caramelle di Castelverde, in provincia di Cremona, e la Amarelli di Cossano (Cosenza), antica fabbrica di liquirizia, fondata nel 1731.

I sukai della Piemont

Le caramelle gommose alla liquirizia: un’altra specialità tipica torinese, oggi conosciuta e apprezzata ovunque in Italia e nel mondo. C’è da esserne fieri.

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Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. L’ultimo suo romanzo, "Lo scudetto revocato” è ispirato al presunto illecito sportivo che portò alla revoca del primo scudetto conquistato sul campo dal FC Torino. Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali di “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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