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E’ tempo di brindisi, è tempo di Moscato d’Asti, uno dei vini dolci più conosciuti al mondo

ASTI. Il Moscato d’Asti DOCG, denominazione riservata ai vini di particolare pregio e rispondenti ai requisiti dei corrispettivi disciplinari di produzione, con l’obbligo dell’iscrizione al relativo catasto vinicolo ed ammessi al consumo in bottiglie inferiori ai 5 litri di capacità, è uno dei vini dolci più conosciuti al mondo. Prodotto in 52 comuni situati nell’area meridionale del Piemonte, il Moscato d’Asti si fa riconoscere all’occhio dell’attento amatore per il suo caratteristico colore giallo paglierino brillante, accompagnato nella degustazione dall’inconfondibile aroma muschiato e dalle note fruttate e floreali.

Dolce e fragrante al primo contatto col palato, il Moscato, oggi ritenuto anche un vino da meditazione, è un fermentato tipicamente accompagnato ai dolci, per quanto oggi ne viene riconosciuto il valore anche in abbinamento per contrasto a piatti salati, se non, addirittura, speziati e piccanti, spesso presi in prestito della cucina etnica indiana.

Andiamo a guardare più nel dettaglio la Storia e la Produzione di questa iconica meraviglia nostrana!

Storia

Il Moscato, si sa, non è solo uno dei vini dolci più bevuti al mondo, ma è anche uno dei più antichi: se sappiamo con certezza che già gli antichi romani accompagnavano le loro libagioni con il celebre Muscatellum vinum, nome alla cui origine potrebbe esserci il tipico aroma muschiato della bevanda, secondo recenti studi sembra si possa addirittura ipotizzare una possibile retrodatazione fino alle prime uve coltivate dall’uomo. Tra le prime fonti scritte, sembra ormai appurato che le viti citate da Plinio, Catone, Columella e Varrone col nome di Apianae, per la dolcezza del frutto così ricercato dalle api, possa in un qualche modo essere analoga agli odierni vitigni del Moscato. Come scrive nel 1906 Molon, all’interno del suo “ampelografia” «[…]Gli antichi romani davano il nome di Apicia (Catone), poi di Apiana (Plinio) all’uva che, per la dolcezza sua, veniva, a preferenza delle altre, assalita e corrosa dalle api. Ma, secondo Columella (libro III, cap. II), tre erano le Apiane, delle quali una migliore delle due altre, e tutte buone per dare vino dolce, ma dannoso al capo e al sistema nervoso. È ormai fuor di dubbio che le Apiane dei vecchi Georgici corrispondono ai nostri Moscati […]». La storia delle uve Moscato, ad ogni modo, corre veloce in Europa, e già all’epoca di Carlo Magno, dopo essere state esportate dai Romani in Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna, trovano come protagonista la città di Frontignan, all’epoca vero e proprio nodo commerciale per il vino. Una coltivazione, quella di questa vite, che trova spazio anche nel medioevo, ma principalmente nelle corti o nei terreni dei più nobili feudatari, gli unici in grado di far fronte alle enormi difficoltà tecniche presentate dal difficile processo di appassimento delle uve. Lo stesso Agostino Gallo, uno dei più importanti agronomi nello scenario italiano del 500, ne parla nel suo “Vinti Giornate”, opera magna del 1540, descrivendone i processi produttivi e lodandone « […] il gusto buono e delicato».

Ma quando arriva, nella nostra regione, questo iconico vino? il Moscato trova le sue prime fonti in Piemonte nel XIII secolo, nel territorio delle langhe e del Monferrato, e nel XIV secolo, dove viene esplicitamente citato in alcuni documenti ritrovati a Canelli. Sarà proprio qui, tra le provincie di Alessandria, Asti e Cuneo, che il Moscato troverà l’ambiente perfetto per la sua coltivazione.

Pur non essendo prodotto su larga scala, parliamo di non più di 5 milioni di bottiglie l’anno, ed essendo le occasioni di consumo tradizionalmente legate al periodo delle festività, principalmente quelle natalizie, il Moscato d’Asti è oggi presente su tutto il mercato nazionale ed anche all’estero, dove, perfino in India, conquista gli appassionati grazie al suo sapore unico ed alla delicata frizzantezza.

Produzione

Prodotto al 100% con uve di Moscato Bianco, il Moscato d’Asti non è un vino adatto all’invecchiamento, e deve quindi essere rigorosamente consumato ancora giovane, prima che abbia passato l’anno e mezzo d’età.

Il Moscato d’Asti, a differenza dello “l’Asti”, è bene precisarlo, non è uno spumante, anche se caratterizzato da una lieve frizzantezza naturale. Pressata attraverso apposite presse a polmone, l’uva viene lavorata in Mosto, che sarà in un secondo momento ripulito dalle particelle solide in sospensione mediante defecazione statica, centrifugazioni o filtrazioni.  Mantenuto in apposite celle frigorifere fino all’avvio della fermentazione, il Mosto viene così riscaldato da 0° a 18°C e, dopo l’aggiunta dei lieviti, la fermentazione viene controllata ad una temperatura variabile tra i 18° ai 20°C. Arrivato ad una gradazione di 4,5-5,5 gradi, la fermentazione del mosto, ormai divenuto vino, viene arrestata, questo grazie ad uno studiato processo di refrigerazione che avviene a -3°. Si filtra il tutto e si procede, dopo un’ulteriore microfiltrazione sterilizzante, all’imbottigliamento.

Proprio per il suo limitato contenuto d’alcool e per il suo alto tenore zuccherino, il Moscato d’Asti si differenzia dalla sua versione Spumante per l’impiego di un classico tappo di sughero cilindrico.

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Mirco Spadaro

Classe '98, rivolese di nascita, frequenta il corso di Lettere Antiche a Torino, sotto il simbolo della città. Tra viaggi e libri, è innamorato della tecnologia e della scrittura e cerca, tra articoli e post su siti e giornali online, di congiungere queste due passioni, ora nella sua "carriera" come scrittore, ora con il "popolo di internet".

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