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C’erano una volta le piòle, tra partite a bocce e merende sinoire

C’erano una volta le piòle… Quando ancora resistevano gli ultimi baluardi di una società che stava lasciando spazio alla consacrazione della rivoluzione post-industriale con le sue modalità di aggregarsi, confrontarsi e svagarsi.  Uno di questi ultimi baluardi me lo ricordo bene perché con gli amici ci trascorrevo i fine settimana, tra una partita di bocce e una merenda sinoira. Era immersa nel verde della collina torinese e ha resistito fino a una trentina di anni fa ad altre mode, quelle degli apericena, degli snack a qualunque ora. Ha resistito nonostante il proliferare tutt’intorno di loung bar, pizzerie, ristoranti etnici, vegetariani e vegani. Il gestore era un uomo piccolo e tarchiato che d’estate accoglieva gli avventori in canottiera e se gli chiedevi di poter giocare alle bocce o a scopone ripeteva puntuale: “Se mi serve un quarto fatemi un fischio. Da bere, sfuso o in bottiglia?”.

Sino agli Anni Settanta di piòle ce n’erano ancor tante, a Torino, in centro come in periferia. Ma quelle appena fuori città erano ancora più accoglienti e da vivere intensamente. Oggi, ahinoi, la maggior parte è scomparsa, lasciando il posto ad attività d’altro tipo, e quelle che non hanno chiuso son diventate posti eleganti, o comunque locali d’una certa pretesa, ristrutturati e ammodernati nell’arredamento, nelle attrezzature e nell’aspetto esterno trasformandosi in bar anonimi o al massimo in birrerie alla moda. Via il bancone sontuoso e massiccio con la dietro la stagera, via le sedie impagliate, le credenze addossate alle pareti,  i tavoli pesanti di noce scuro. Via pure il pavimento fatto di assi o di vecchie mattonelle esagonali e le stufe accanto alle quali c’era il cestone della legna sistemato accanto e il tubo del fumo, detto canun, che attraversava tutta la stanza, solitamente appeso con il fil di ferro. Forse a resistere al sopraggiungere delle nuove mode ha resistito qualche insegna d’antan per accalappiare cuori nostalgici. E per lasciare un po’ di spazio all’amarcord  ha resistito anche qualche telefono a disco di bachelite nera e pesante attaccato al muro accanto al bancone, così come qualche pendolo della nonna.

Sprazzi di passato che finiscono per stonare con certe attività cui è rimasto il nome e poco altro ad onorare la tradizione.  È successo così anche a quella piòla che frequentavamo noi amiconi (quasi di monicelliana memoria), tra scherzi, lazzi e qualche bravata di troppo a cavallo tra gli Anni Settanta e Ottanta. Inghiottita dallo stereotipo del ristorante-pizzeria con specialità di mare, ovviamente surgelato. Niente più agnolotti del plin e pollo ruspante allevato da nonna Maria. E acciughe al verde, tomini elettrici, salame di turgia preparati dal macellaio di fiducia. Niente più bonet, se non quello prodotto su scala industriale assieme a tiramisù e profiterole. Addio topia in cemento con panche di legno tutt’intorno dove tra luglio e settembre a fiorarti erano i grappoli dell’uva americana.

Ho rivissuto quei momenti leggendo il libro dell’amico Massimo Centini, intitolato “Un bon bicer ëd vin. C’era una volta la piòla” edito da Il Punto (250 pagine, 15 euro). Mi ha fatto venire la pelle d’oca regalandomi storie e scampoli di vita vissuta tra “genti, fatti e storie di un tempo andato”, come recita il sottotitolo. È un viaggio sorprendente in un mondo che non c’è più, alla scoperta di quelli che erano i frequentatori delle piòle torinesi e non manca un dettagliato elenco dei piatti caratteristici del menù che variava con il variare delle stagioni. Perché le zucchine non si trovavano tutto l’anno, così come accade oggi; e neppure gli asparagi, i cavoli verza, i fagiolini e i topinambur. Stesso discorso per la frutta e per certi versi anche per le carni. Un tempo mai ti saresti sognato di mangiare del bollito misto ad agosto o la tofeja in un periodo che non fosse quello invernale.

Massimo Centini si sofferma anche sugli immancabili giochi che si praticavano prima e dopo merenda sinoira: dalla morra alle partite carte, dalle sfide a bocce sul campo in terra battuta  alle scommesse.  Interessante è anche il glossario con i termini dialettali che venivano utilizzati e in buona parte presi a prestito da quelli della mala: parole come sanflan (formaggio), caramal (bicchiere), marcia real (gorgonzola), racagna (grappa), torciosa (polenta) che oggi hanno perso significato ma che fino a mezzo secolo fa risuonano continuamente tra le pareti e sotto le topie delle piòle cittadine, così come in quelle di campagna. E non è tutto, ovviamente. Ma non voglio rivelarvi altro, per non togliere il gusto alla lettura. Che sia nostalgica, oppure no.      

Piero Abrate

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Piero Abrate

Giornalista professionista, è direttore responsabile di Piemonte Top News. In passato ha lavorato per quasi 20 anni nelle redazioni di Stampa Sera e La Stampa, dirigendo successivamente un mensile nazionale di auto e il quotidiano locale Torino Sera. E’ stato docente di giornalismo all’Università popolare di Torino.

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